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Goethe 2, Bolzano, 2005
Goethe 2, Bolzano, 2005

Goethe 2, Bolzano, 2005

(solo exhibition)
allsopp&weir: Teach Yourself Terror, Goethe2, Bolzano, 15.09.05– 30.09.05
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Il lavoro di allsopp&weir esplora le possibilità di produrre una “politica affettiva delle potenzialità”, attuata attraverso i corpi e il loro movimento. L’“affetto” è inteso qui nella sua materialità, è una forza, e in quanto forza rimanda direttamente al problema del potere. L’affetto in quanto tale, cioè in quanto forza, si differenzia dall’“affezione”, che è invece il suo piegamento, la sua neutralizzazione. Il potere addomestica la forza dell’affetto trasformandola in affezione, ma allo stesso tempo sfrutta l’affetto in quanto forza, desiderio, facendo presa sui corpi, controllandoli, disponendoli spazialmente. Il lavoro di allsopp&weir è una sorta di “critica” a questo disporsi delle forze in potere. Ma è appunto “una sorta di…”, non si tratta una critica nel senso classico del termine, una critica in quanto giudizio: le stesse forze che sono piegate a potere, dischiudono la loro potenza diventando potenzialità, la potenzialità dell’arte, quella di “una sorta di critica” che non implica una presa di posizione esteriore, ma si getta piuttosto nella mischia.

Teach Yourself Terror è un’installazione in due parti che si basa su un testo pubblicato dal governo statunitense, che elenca una serie lunghissima di associazioni dichiarate terroristiche dal governo stesso. I nomi di queste organizzazioni sono arabi, e sono stati traslitterati in lingua inglese in modo che il lettore americano possa leggerli, pronunciarli, impararli. Quello del governo statunitense è anzitutto un lavoro di appropriazione, di addomesticazione linguistica. allsopp&weir fanno un lavoro simile ma di segno quasi opposto: prendono il testo e lo sganciano sia da un’ipotetica identità di origine associata al terrorismo, che da quella statunitense di addomesticazione. E fanno questo trasformando la lista scritta in un flusso vocale irregolare. Quello che è stato concepito come uno strumento antiterroristico diventa allora, attraverso “una sorta di critica”, un dispiegamento di suoni, di forze affettive. Il terrore, sfruttato dall’amministrazione statunitense (come da quella di molti altri Stati) per governare la nazione, ovvero utilizzato come strumento di autorità e controllo, viene qui restituito, o meglio inaugurato, alla sua potenzialità. Il terrore come forza. Teach Yourself Terror: insegna a te stesso il terrore. Naturalmente c’è una nota ironica in quel Teach. Sarebbe piuttosto a dire: disimpara il terrore, fallo uscire da quell’utilizzo che, a prescindere dalla sua provenienza (non importa che sia originato dai terroristi piuttosto che dal governo degli Stati Uniti, o da quello Britannico) ne fa strumento di assoggettazione e potere. E così la lista (elenco, indice, inventario, catalogo…), questo strumento di organizzazione spaziale così tipico del sapere, si trasforma in un’ipnotica cacofonia sonora.
La prima parte del progetto consiste in una performance, presentata qui attraverso un video, che vede due persone di madrelingua diversa da quella inglese leggere la lista ininterrottamente durante un’ora. Gli “errori” di pronuncia, il sovrapporsi delle voci e il loro progressivo affaticarsi, le esitazioni, gli arresti e gli inceppi, sono tutti elementi che arricchiscono ulteriormente la dispersione sonora dell’elenco.
La seconda parte consiste in un’audiocassetta che ripete la stessa lista, e che è stata prodotta isolando e riassemblando suoni estrapolati da cassette per l’insegnamento di lingue straniere. Viene qui fatto ironicamente il verso all’insegnamento del terrore che i governi impartiscono per ottenere la docilità dei governati (e che spesso fa leva su un ambient-fear che ricorda la propagazione del suono nello spazio), proponendo una versione fai da te di questo “insegnamento”. Ma allo stesso tempo il terrore, come nella prima parte, viene riproposto come “affettività”, riorganizzata qui seguendo strutture tipiche delle tecniche di self-help, basate su cassette audio.

AWWWOA And While We Where On Air, è una frase che i presentatori della BBC pronunciano spesso, ogni qual volta arriva una notizia nuova durante un collegamento in diretta (“e mentre eravamo in onda…”, letteralmente “in aria…”). Questa videoinstallazione, presentata nella versione multiscreen in anteprima per Transart, lavora appunto con l’“aria”, non quella dell’etere televisivo, ma quella, di ben altra materialità, emessa dai presentatori dei telegiornali della BBC. Le riprese di fiato, le sue emissioni, i sospiri, gli stralci inarticolati del discorso, sono stati isolati dalla linearità della notizia, e si susseguono a raffica in sequenze “mozzafiato”, potenziate qui dalla compresenza dei tre schermi. I suoni, le “arie”, vengono così utilizzati come elementi costitutivi di una composizione musicale orchestrata dagli artisti. La narratività del notiziario televisivo si trasforma in una successione di sonorità asignificanti. L’affettività sonora emerge dagli interstizi della retorica dell’informazione, presentando (trasmettendo) i corpi in movimento, affetti da velocità diverse. Le bocche aperte, l’aria passa attraverso i corpi senza proferire, informare, significare, mentre i corpi stessi si scompongono, perdono la congruenza dei loro movimenti e dei loro gesti, improvvisando una danza indotta dal passaggio dell’aria, un balletto che li mette fuori controllo.

Paolo Plotegher (curator)
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